Vivi

19-10-2020 by Chiara

Storie di genitori che hanno creduto nell'amore

DAL TESTO:

“VITA”: Solamente quattro lettere che racchiudono il mondo, inteso come creazione, onnipotenza, miracolo.

Un piccolo sostantivo che apre un universo, dove due piccoli gameti si uniscono, si fondono, di scambiano informazioni e, nel giro di pochi mesi, creano un prodigio che si chiama “persona”.

Da molto tempo sto pensando di scrivere qualche pensiero, qualche riflessione, scaturita molto tempo fa, quando, ancora giovane studente di medicina, mi appassionavo a studiare i processi che si susseguono, repentinamente, nella formazione di una creatura umana.

A quel tempo, devo essere sincero, non collegavo completamente quell’incredibile meccanismo riproduttivo alla Direzione del tutto. Mi spiego meglio: non raccordavo, totalmente, le nozioni scientifiche, con Dio.

Questo non significa che fossi ateo, tutt’altro! Ho sempre creduto in Dio, supportato da una fede coltivata in seno alla mia famiglia, con profondo ardore. Probabilmente, l’età non mi permetteva di creare connessioni mentali ed etiche, rese più agevoli invece con il passare degli anni. 

Ero affascinato, devo dire, da quei complessi meccanismi che si susseguivano con incredibile rapidità, fino a formare i primi, volgarmente definiti “agglomerati cellulari”, i primi tessuti, gli abbozzi degli organi, la persona. 

Con il passare del tempo, ho imparato ad apprezzare sempre più i bambini, sognando un giorno di diventare padre (grazie a Dio, lo sono), correlando quanto succedeva a livello molecolare, metaforizzando queste splendide creature umane con una grande opera, dove tutti gli strumentali si spendono all’unisono, guidati e armonizzati da un grande Direttore d’Orchestra.

Gli anni passavano e, sempre meno, personalmente, mi spiegavo il senso di quella, tristemente nota, “Legge 194” del 22 maggio 1978, mascherata come “tutela della maternità” o “controllo delle nascite”, purtroppo meno conosciuta come “interruzione volontaria della gravidanza”.

Sicuramente, non voglio arrogarmi alcun principio assoluto ma, umilmente, vorrei gridare a tutto il mondo che, a mio avviso, nulla può nascondere o autorizzare la soppressione di una vita. 

Proprio di questo parliamo, non di altro, di una creatura che sta nascendo dal grembo di una donna che, personalmente, considero (perdonatemi, signori uomini) la migliore ‘invenzione’ del mondo!

Non voglio dire che provo ‘invidia’, in quanto non è un termine appropriato ma, sicuramente, penso che il privilegio riservato alla donna (mettiamo da parte i dolori del travaglio) nel gestire nel suo ventre una creatura, una gravidanza, possa essere, a dir poco, indescrivibile. 

Non credo esistano legami più saldi e duraturi di quelli che vengono a crearsi tra madre e figlio durante la gestazione.

I sentimenti che vengono trasferiti al primo sguardo nel nascituro, le componenti chimiche che interagiscono tra le fortunate donne che hanno potuto allattare al seno il proprio bambino stringendolo tra le braccia, credo siano non replicabili. Nemmeno da quel mondo surrogato in cui viviamo, dove un utero viene ‘preso in affitto’, quasi si trattasse di un vano qualunque, dipingendo un figlio come l’ennesimo capriccio, come un suppellettile da comperare.

A questo punto, una domanda sorge spontanea (tra le tante che balenano in mente, sull’argomento): perché una donna che mette a disposizione il proprio grembo, poi, molto spesso, non vuole più staccarsi dal bambino, alla sua nascita? Non credo dipenda da un pentimento, bensì da quel profondo sentimento che si crea tra madre e figlio, un filo invisibile ma estremamente resistente.

Il mondo vuole banalizzare la vita? Mi dispiace, non ci sto!

Non è un bene che si acquista, bensì un immenso dono che siamo chiamati a custodire come ‘perla preziosa’; non credo sia una ‘fatica’, anzi, dobbiamo essere consapevoli che ‘siamo stati scelti’, vorrei dire ‘privilegiati’ perché (umilmente) designati per raccogliere e respirare ‘il Soffio di Dio’!

Chi siamo noi per permetterci di soffocarlo? 

Come possiamo distruggere una ricchezza, decisamente imparagonabile?

Perdonatemi, in queste righe non voglio dimenticare assolutamente tutte le mamme (con la ‘M’ maiuscola), che hanno accolto il loro bambino adottivo con un amore sicuramente paragonabile a quello che intercorre tra un figlio naturale e la propria madre.

Davanti a queste donne che hanno saputo dare una famiglia a creature abbandonate, disagiate, bisognose di aiuto, deve andare tutto il nostro rispetto.

Penso sempre volentieri a due carissimi amici che, dopo innumerevoli peripezie, sono riusciti ad adottare un bambino, amandolo e custodendolo con amore indicibile. 

Qualche anno fa ho avuto l’onore di partecipare al Battesimo del loro figlio adottivo, arrivato da lontano, e accolto da quella famiglia degna di tanta stima.

Per avvallare questo concetto, volevo rendervi partecipi di un episodio di cui ho avuto testimonianza da un ex collega di lavoro. 

Arrivato all’età pensionabile, il suo intento era quello di trasferirsi alle Canarie, dove è meno costoso vivere e ... per godersi il meritato riposo. Il suo sogno si stava avverando, tanto che l’euforia provata alla partenza dell’aereo fu, a suo dire, estremamente adrenalinica. 

I primi giorni e le prime settimane scorrevano molto serenamente ma, con il passare del tempo, cresceva la nostalgia per le sue nipotine adottate, qualche anno prima, da sua figlia, in Cambogia. 

Una mattina, dopo circa cinquanta giorni dalla partenza, decise di raccogliere armi e bagagli e di ritornare in Italia ad abbracciare Juth e Norah. 

Ho provato vera commozione nell’ascoltare il suo racconto e ho tentato di immaginare quale possa essere l’amore profuso alle bimbe dalla loro mamma adottiva, se il loro nonno provava un sentimento così intenso.

Esistono, poi, ‘donne guerriero’, come una mia cara amica che, dopo svariati tentativi, all’età di 40 anni, finalmente, sta coronando il suo sogno: ‘diventare mamma’! L’abbiamo incontrata qualche giorno fa: era raggiante!

Come possiamo salire ‘sul carro del mondo’ dove il matrimonio viene sempre più bistrattato, dove le politiche familiari vengono scavalcate, dove il sesso viene inteso come bene di consumo o dove una vita innocente viene maltrattata o addirittura gettata!

Anni fa esisteva il cosiddetto ‘matrimonio riparatore’ (non voglio esprimere giudizi in merito) ma, oggi, vengono declamati ‘la pillola del giorno dopo’ o ‘l’aborto riparatore’.

Le nostre espressioni risultano disgustate quando parliamo di crimini di guerra, di raccapriccianti episodi o periodi durante i quali, con un colpo di spugna, Hitler, Stalin, Polpot o altri dittatori, cancellarono milioni di vite e, paradossalmente, rimaniamo volutamente immobili rispetto agli abomini perpetrati nelle lussuose cliniche che praticano l’aborto.

“Siamo uomini o animali?”, sarebbe la frase di rito. Credo che non possiamo nemmeno definirci tali.

Sono veramente amareggiato nel vedere quanto viene propinato ogni giorno, ‘travestito di normalità’, ricordando che ‘amare’ è un termine composto dal prefisso ‘a’ che significa ‘non’ e da ‘mors’ che vuol dire ‘morte’: l’amore non provoca morte ma promuove la vita! Proprio la vita, quella ‘piccola parola’ che ogni bimbo vorrebbe pronunciare appena può, se noi uomini gli permettiamo di nascere.

V.I.T.A.: Voglio Incontrare il Tuo Amore (se vogliamo coniare il suo acrostico).

Buona vita a tutti!

Buona vita a tutte quelle donne che potranno dire: “Stanotte ho dormito abbracciata all’uomo della mia vita: mio figlio!!”.


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